
Partire da Genova con due scatole di cartone…..

…. con le bici smontate e l’attrezzatura necessaria dentro è l’inizio di ogni grande avventura. Il peso è il primo nemico: ogni grammo che carichi sull’aereo è un grammo che dovrai spingere controvento sulle rampe andine. La scelta tecnica è caduta sulle bici gravel, equipaggiate con pneumatici rinforzati per sopravvivere al “ripio”, quel misto di ghiaia, sabbia e sassi che è l’anima stessa della Patagonia.
Dopo due scali e un traghetto notturno da Puerto Montt, sbarchiamo a Chaitén.
Questa piccola cittadina, ricostruita dopo l’eruzione vulcanica del 2008, è il punto d’accesso a laghi, cascate, vulcani e parchi nazionali incontaminati. Ma soprattutto è il punto di partenza per la
NOSTRA PEDALATA PATA
GONICA!
Dopo aver fatto rifornimento di cibo (e una bella dormita), accompagnati da un “comitato di benvenuto” di tafani giganti mettiamo i piedi sui pedali sui primi chilo metri di asfalto, che però non devono trarre in inganno:
il Nord è solo l’antipasto tecnico di ciò che verrà.
L’Eden del Nord:
Acqua e Foglie Giganti

Il primo settore della Carretera è un’esplosione di vita lussureggiante. L’acqua domina il paesaggio: fiumi e laghi turchesi alimentati dai ghiacciai e cascate costanti. Dal punto di vista botanico, siamo rimasti impressionati dalla Nalca (o “Plata”): foglie monumentali che raggiungono il metro e mezzo di diametro, e dalla grandezza delle felci. Queste sono capaci di trasformare il bordo strada in un muro di vegetazione che quasi mi ha ricordato i paesaggi tropicali. È un ecosistema primordiale, dove il verde saturo sfida l’azzurro di un cielo che cambia ogni dieci minuti.
Il calore del “Fuoco Dakota”

La vera anima della Patagonia, però, l’abbiamo trovata nelle persone. Più scendevamo a sud, più l’ospitalità cilena si faceva commovente. In una terra dove il clima non perdona, il dono più grande è il calore: molte volte siamo stati accolti per asciugarci o riscaldarci davanti a un fuoco.
L’incontro più toccante è stato con una coppia di anziani che vive in un luogo remoto, sfidando condizioni atmosferiche estreme in inverno con una serenità d’altri tempi. Insegnamenti di vita che valgono più di mille chilometri.
Per i pernottamenti abbiamo fatto affidamento sulla nostra tenda e sulla cucina da campo, intervallando pernottamenti in cabanas (affittacamere locali).
È qui che abbiamo perfezionato la tecnica del “fuoco Dakota”: due buche collegate da una piccola galleria che alimentava con ossigeno la legna. Un metodo geniale per avere una fiamma protetta dal vento e invisibile, perfetta per bollire l’acqua senza disperdere calore. Una volta finito, bastava coprire con la terra, e non rimaneva quasi segno di passaggio.
Per le provviste? Ci affidavamo ai piccoli empori locali, veri e propri ripostigli di cibarie per viaggiatori, articoli tecnici, meccanici e quant’altro possa servire.
Sempre più a sud

Lungo la Carretera incrociamo meraviglie naturalistiche come il Lago General Carrera con le sue Cattedrali di Marmo, un susseguirsi di pilastri, volte e tunnel che si sono creati grazie all’erosione di rocce calcaree negli ultimi 6000 anni. Uno spettacolo da vedere!!!
Spostandosi verso sud, il paesaggio cambia: pedaliamo sotto lo sguardo di ghiacciai perenni e all’interno di vallate dove i vento ci accompagna perennemente. Le temperature invernali arrivano a -15/-20, di conseguenza la vegetazione estiva è ben diversa da quella lussureggiante del nord.
La temperatura della notte scende drasticamente e cerchiamo di bivaccare con la tenda in strutture abbandonate per proteggerci dal freddo notturno.
Il primo traguardo

E dopo 1200 km, arrivare a Villa O’Higgins, fine della Carretera, è un traguardo, ma è solo il prologo di quello che, per ogni cicloviaggiatore, è il vero “sacro graal” del Sud: la traversata di confine più iconica e selvaggia della Patagonia. Qui la strada finisce davvero e lascia spazio alla parte più pioneristica del nostro viaggio. Il passaggio dal Cile all’Argentina.

Dopo il traghetto che ci scorta oltre il lago O’Higgins per l’uscita formale dal Cile, ci siamo ritrovati davanti a quei 20 chilometri di terra di nessuno che sognavamo e organizzavamo da mesi. Quindici di questi sono una salita costante, di quelle dove il terreno sconnesso porta a dover spingere la bici per lunghi tratti in un esercizio di stile e di pazienza. In cima, il cartello ARGENTINA ci accoglie (abbiamo lasciato la bandierina italiana attaccata….. se qualcuno dovesse andarci, è quella con le nostre firme!)
Poi il bosco: un single track tecnico, tra guadi e passaggi dove la collaborazione è tutto, passandoci le bici di mano in mano.
Sette ore per fare venti chilometri. Un ritmo che farebbe ridere chiunque, tranne chi sa che ogni metro guadagnato qui vale il doppio. Non è stata una sofferenza, ma una lenta conquista.

Superata l’ultima asperità del sentiero, la fatica fisica viene resettata da un impatto visivo senza pari: il Fitz Roy si staglia all’orizzonte, un monolite di granito che funge da vera sentinella del confine. Ai suoi piedi, il blu del Lago del Desierto, che rappresenta la nostra porta d’accesso ufficiale alla Patagonia Argentina.
Al cospetto del gigante

Una volta entrati in territorio argentino, abbiamo dedicato del tempo a un’escursione verso la base del Fitz Roy. Sebbene la scalata delle pareti sia riservata a professionisti dell’alpinismo estremo (categoria a cui non apparteniamo), il trekking fino al ghiacciaio è un’esperienza accessibile che permette di percepire la scala monumentale di questa montagna.Il gran finale: Il perito Moreno
Non potevamo chiudere l’avventura senza l’ultima tappa logistica: il ghiacciaio Perito Moreno. Situato nel Parco Nazionale Los Glaciares, è una delle poche masse di ghiaccio al mondo in equilibrio (non in arretramento). Si tratta di un fronte di ghiaccio lungo 5 chilometri e alto fino a 60 metri sopra il livello del lago. Osservare i distacchi di blocchi di ghiaccio che precipitano nell’acqua con un boato simile a un tuono è stato il modo perfetto per mettere il punto finale al nostro diario di bordo.
Siamo partiti da Genova con due scatole e torniamo con la consapevolezza che, su queste strade allenamento, nozioni di meccanica, giusta organizzazione, programmazione e gioia della scoperta contano, ma la propulsione vera è la gioia di condividere ogni chilometro.
Questa sintesi raccoglie i dati essenziali e le scelte meccaniche che hanno reso possibile il nostro viaggio.
📊 I Numeri del Viaggio
- Distanza totale: Circa 1.250 km (variabili in base alle deviazioni per i parchi).
- Dislivello positivo: ~15.000 m (la Carretera è un continuo “mangia e bevi” nervoso).
- Fondo stradale: 60% Ripio (ghiaia/sabbia), 40% Asfalto (in costante aumento).
- Rapporto peso/potenza: Fondamentale. Abbiamo viaggiato con un carico medio di 18-20 kg (esclusa l’acqua).
🚲 Setup Meccanico Consigliato
- Telaio: Gravel con ammortizzatore anteriore
- Pneumatici: Sezione minima 45mm, meglio se 50mm (2.1″), rinforzati.
- Trasmissione: Rapporti agili. Un monocorona con 38T davanti e un 10-51 posteriore (o una doppia 46/30) è l’ideale per affrontare le rampe più inclinate senza scendere di sella.
⛺ Logistica e Bivacco
- Sistema Cottura: Fornello multicombustibile o a gas (facilmente reperibile nei negozi di ferramenta/empori come bombillas de gas).
- Gestione Acqua: Filtro o pastiglie potabilizzanti non strettamente necessari (l’acqua dei torrenti è spesso purissima), ma consigliati per sicurezza vicino ai pascoli.
- Tenda: Modello 3 stagioni con alta resistenza al vento. In Patagonia il vento non soffia, “sposta”.
🧠 Consigli per la Preparazione
- Test del Carico: Prima di partire, almeno due uscite da 80 km con la bici a pieno carico. Serve a tarare la frenata e la distribuzione dei pesi (più bassi possibile).
- Manutenzione: I centri assistenza specializzati sono rarissimi tra Chaitén e Villa O’Higgins, di conseguenza è necessario portare con sé una buona officina e prevedere ogni tipo di rottura (noi abbiamo dovuto affrontare la rottura del telaio, del perno, di un copertone e varie forature, e la bravura e l’esperienza di Silvio sono stati fondamentali)
Il Fattore Psicologico: Non contare i chilometri, conta le ore di luce. Il meteo può trasformare una tappa da 3 ore in un’odissea da 8. Mantieni sempre il buonumore: è l’ingranaggio che non deve mai rompersi.

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