Tempio balinese sulle rive del lago a Bali

Quattro anni dopo, riguardo le fotografie di un viaggio nella spiritualità a Bali, tra fiori, incenso, templi e religioni che si incontrano. E provo a capire ciò che allora avevo soprattutto sentito.

Qualche giorno fa ho ripreso in mano le fotografie. Tante!
Alcune le ricordavo perfettamente, davanti ad altre ho dovuto fermarmi un attimo. I nomi dei templi si sono fatti confusi, certi luoghi hanno perso i loro contorni e qualche volta mi sono chiesta:
questo era a Bali? Alle Gili forse? O sto sovrapponendo il ricordo di un altro viaggio?

Poi ho smesso di cercare di ricordare tutto.

Perché, mentre guardavo quelle fotografie una dopo l’altra, mi sono accorta che quello che tornava più nitidamente non erano i nomi dei luoghi. Erano le sensazioni.

I fiori lasciati a terra. L’incenso. Le donne inginocchiate in preghiera. Gli alberi avvolti nelle stoffe. Le figure dall’aspetto terrificante all’ingresso dei templi. I sarong. I colori.

E soprattutto tornava quella strana sensazione che avevo avuto là.

Un disordine ordinato.

O forse, ancora meglio, un disordine non ordinabile, perfettamente ordinato nel suo disordine.

Induismo, buddhismo, credenze antiche che sembravano entrare l’una nell’altra. Poi bastava spostarsi verso le Gili e cambiava tutto: l’Islam, le donne con il velo, le moschee.

Io cercavo mentalmente di separare, classificare, capire dove finisse una cosa e ne cominciasse un’altra.

Quattro anni dopo, guardando quelle fotografie, mi è venuta voglia di provarci di nuovo.

Offerta floreale tradizionale canang sari a Bali

Non tanto per mettere finalmente ordine, quanto per capire che cosa avevo visto e, soprattutto, che cosa avevo sentito.

QUANDO I FIORI DIVENTANO SACRI

Devo ammetterlo: per una fiorista arrivare a Bali significa anche rischiare una certa forma di “sovraeccitazione” botanica.

Piante che da noi vengono curate, protette, spostate al caldo, coccolate per farle sopravvivere, lì crescono con una generosità quasi sfacciata. Verde ovunque. Fiori ovunque. Forme e dimensioni che il clima tropicale rende normali e che ai miei occhi normali non erano affatto.

Quindi sì: ho guardato Bali anche con gli occhi della fiorista.

Ma dopo poco ho capito che quei fiori non erano soltanto vegetazione: erano un linguaggio.

Li trovavo dentro piccoli cestini intrecciati, insieme a foglie, riso e altri piccoli elementi. Li vedevo davanti alle case, agli ingressi dei negozi, nei templi. E soprattutto li vedevo per terra.

Canang sari con fiori colorati offerti per le strade di Bali

Sono i canang sari, piccole offerte legate alla pratica religiosa induista balinese. Vengono preparate e deposte quotidianamente come gesto di gratitudine e devozione. E spesso ad accompagnarle c’è l’incenso.

La cosa che mi colpiva era proprio la loro normalità.

Una piccola composizione di fiori appoggiata sull’asfalto. Il fumo dell’incenso che sale mentre intorno il quotidiano continua: il sacro e il quotidiano nello stesso metro quadrato.

A Bali non occorre necessariamente entrare in un tempio per incontrare il sacro.

Sta sull’asfalto, davanti a una casa, accanto a un negozio. È nei colori dei fiori, nel profumo dell’incenso, nel fumo che si disperde, nei piccoli gesti ripetuti ogni giorno.

Forse è proprio questo uno dei ricordi più forti che mi è rimasto: la spiritualità non come qualcosa da andare a cercare, ma come qualcosa dentro cui, semplicemente camminando, finisci per passare.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui.

Perché la spiritualità balinese non è soltanto fiori, meditazione, incenso e quell’immaginario un po’ “zen” che noi occidentali associamo facilmente a Bali.

Basta alzare gli occhi.

DEI, DEMONI E ALBERI VESTITI

E infatti, accanto ai fiori, nelle mie fotografie compaiono esseri decisamente meno rassicuranti.

Grandi figure di pietra, bocche spalancate, denti, occhi enormi, armi. Guardiani dall’aspetto terrificante posti agli ingressi dei luoghi sacri.

Statua di un guardiano in un tempio induista balinese

E poi portali, statue avvolte nei tessuti, sarong da indossare per entrare nei templi.

E alberi vestiti. Questi ultimi mi avevano affascinata particolarmente.

Alberi giganteschi, radici che sembrano impossessarsi della terra e stoffe avvolte intorno al tronco.

A Bali alcuni alberi e statue vengono fasciati con tessuti rituali; tra i più riconoscibili c’è il poleng, il caratteristico tessuto a scacchi bianchi e neri.

Albero sacro avvolto nei tessuti tradizionali balinesi

Quei due colori non sono semplicemente decorativi. Rimandano al principio della dualità: forze differenti e opposte che fanno entrambe parte dell’esistenza.

Bianco e nero. Positivo e negativo. Luce e ombra.

Non necessariamente uno da eliminare perché possa vincere l’altro, ma due realtà con le quali trovare un equilibrio.

Forse è anche per questo che quelle figure mostruose, che ai miei occhi sembravano quasi fuori posto accanto a fiori e incenso, lì non lo erano affatto.

Maschera rituale della tradizione balinese

Proteggere uno spazio sacro non significa necessariamente circondarlo soltanto di immagini rassicuranti.

E improvvisamente quella Bali che avevo fotografato cominciava a sembrarmi meno contraddittoria.

O forse continuava ad esserlo, ma la contraddizione stessa faceva parte dell’equilibrio.

Anche la natura entrava continuamente in questo rapporto con il sacro. Un albero non era necessariamente soltanto un albero. Una stoffa non era soltanto una stoffa. Un portale non era semplicemente un ingresso.

E io, viaggiatrice occidentale continuavo a cercare etichette.

Quello è un tempio. Quella è una divinità. Quello è un demone. Quello è un simbolo.

Solo che Bali sembrava avere poca intenzione di farsi mettere nei miei cassetti.

DOVE FINISCE UNA RELIGIONE E NE COMINCIA UN’ALTRA?

Scalinata di un tempio buddhista a Bali con statue del Buddha

È probabilmente il ricordo più confuso che ho.

Guardavo un tempio e mi chiedevo: induista?
Poi riconoscevo qualcosa che associavo al buddhismo.
Poi arrivavano simboli e rituali che non sapevo collocare da nessuna parte.

A distanza di quattro anni ho scoperto che, almeno questa volta, non era soltanto colpa della mia memoria.

Decorazioni scolpite di un tempio tradizionale balinese

La storia religiosa di Bali è davvero fatta di stratificazioni e incontri. Per secoli, nell’area di Java e Bali, tradizioni śivaite e buddhiste hanno convissuto e interagito, dando origine a forme religiose con caratteristiche locali. A queste si sono intrecciate credenze e pratiche ancora più antiche.

Insomma: mentre io cercavo il confine, la storia aveva passato secoli a renderlo meno netto.

Statua del Buddha reclinato in un tempio a Bali

E poi c’è l’Indonesia.
Perché Bali, vista da sola, può ingannare.

L’Indonesia oggi è un Paese a larga maggioranza musulmana. L’Islam iniziò a diffondersi nell’arcipelago attraverso commerci, conversioni e nuovi regni a partire circa dal XIII secolo e nei secoli successivi divenne dominante in gran parte dell’area.

Bali rimase invece prevalentemente induista, conservando e trasformando nel tempo l’eredità hindu-buddhista che aveva caratterizzato anche altre parti dell’arcipelago.

E così basta attraversare un po’ di mare. Arrivo alle Gili, nell’area di Lombok, e nelle mie fotografie cambiano improvvisamente i segni.

Incontro con ragazze locali alle Isole Gili

Compaiono donne con l’hijab. Le moschee. L’Islam.
Ricordo di aver pensato a quanto fosse strano che realtà religiose che nella mia testa occupavano mondi diversi potessero trovarsi geograficamente così vicine.

E forse è qui che ritorna quella sensazione iniziale.
Il mio disordine ordinato.

Perché continuavo a pensare alla religione come a una serie di scatole: induismo qui, buddhismo là, Islam da un’altra parte.

Mentre la storia di quelle isole raccontava qualcosa di molto meno geometrico: spostamenti di popoli, commerci, regni, conquiste, conversioni, permanenze, contaminazioni.

Forse la domanda non era più: dove finisce una religione e comincia l’altra?
Forse era: perché avevo così bisogno di trovare quel confine?

DONNE, FIORI E PREGHIERE

C’è poi un’altra presenza che ritorna nelle mie fotografie: le donne.

Donne che pregano, donne che portano offerte, donne coinvolte nei rituali.
E poi, arrivata a Lombok, altre donne, altri abiti, un’altra religione.

Durante il viaggio non credo di essermi posta davvero il problema del loro ruolo. Le guardavo, fotografavo ciò che potevo senza interferire e continuavo il mio viaggio.

È stato riguardando le immagini che mi è venuta una domanda.

Momento di preghiera all’interno di un tempio a Bali

Se le donne balinesi sono così presenti nella pratica religiosa quotidiana, quanto sono centrali anche nella società in cui vivono?

La preparazione delle offerte rende visibile il loro contributo alla continuità dei rituali e della vita religiosa. E non si tratta soltanto dei piccoli canang sari: cerimonie e festività richiedono preparativi, offerte più elaborate, abiti, gesti e una partecipazione collettiva che fanno parte della vita della comunità.

Cerimonia religiosa con fedeli in abiti tradizionali in un tempio di Bali

Ma sarebbe troppo semplice guardare questa centralità e tradurla automaticamente con una parola occidentale come “emancipazione”.

Ed è proprio qui che preferisco fermarmi un po’.

Perché una fotografia può mostrarmi una donna che prega. Può mostrarmi le sue mani mentre prepara un’offerta. Può raccontarmi quanto la sua presenza sia evidente in un rito.

Non può, da sola, raccontarmi la sua libertà, il suo peso nelle decisioni familiari, le possibilità che ha avuto nella vita o quelle che avrà sua figlia.

Donna e bambine balinesi in abiti tradizionali durante una festa religiosa

Forse è proprio questo uno dei limiti più interessanti del viaggio.

Possiamo osservare molto. Ma non sempre ciò che vediamo ci autorizza a pensare di aver capito tutto.

E allora questa domanda preferisco lasciarla aperta, come molte altre che Bali mi ha lasciato.

Donna balinese nella quotidianità dell’isola

Oggi richiudo le fotografie. Quattro anni dopo conosco qualche nome in più.

So cosa sono quelle piccole offerte che avevo fotografato sull’asfalto. So qualcosa in più di quei tessuti, di quelle figure inquietanti, della storia religiosa che ha attraversato quelle isole.

Ma la sensazione è rimasta quasi la stessa.

Fiori e demoni. Incenso e asfalto. Templi e alberi. Induismo e buddhismo. Poi pochi chilometri di mare e l’Islam.

Avevo fotografato tutto questo cercando, forse inconsapevolmente, di metterlo in ordine e oggi penso che sia proprio quello il ricordo che voglio conservare.

Forse non era Bali ad essere disordinata.
Ero solamente io che cercavo di ordinarla.

Io a Bali, imparando che non tutto deve avere una spiegazione

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